Richard Harris è un giornalista canadese autore di un saggio molto bello rivolto a quella che ha definito “l’ultima generazione che potrà ricordare com’era il mondo prima di internet”. Nell’estate del 2014 ha vissuto un mese senza scarpe. Scusate, senza smartphone.

È la generazione di chi è nato – grossomodo – prima del 1985. L’ultima ad avere ricordi di com’era vivere senza internet. Di com’era, per capirci, conoscere persone nuove senza Tinder o Facebook, fare i turisti senza Uber e Tripadvisor, addentrarsi in una città sconosciuta senza Google Maps, scambiarsi le foto di un viaggio senza Instagram o ascoltare l’ultimo disco dei REM senza Spotify.
Il presupposto – forse ovvio – è che internet sia arrivato per restare, originando una rivoluzione del sapere e della conoscenza paragonabile a quella innescata dalla stampa tipografica messa a punto da Gutenberg nel XV secolo. E ce lo auguriamo davvero che tutto non salti in aria da un momento all’altro, visto che (anche se siamo nati prima del 1985) fatichiamo ogni giorno di più ad immaginare un mondo senza reti digitali. Se non come un film catastrofista.
Harris è autore di un saggio molto intelligente intitolato The end of absence (2014), non ancora tradotto in italiano. Il saggio analizza alcuni aspetti della vita quotidiana paragonandoli all’epoca pre-internettiana, mettendo in risalto le conseguenze che l’avvento delle reti digitali (facilitate dall’uso massivo di smartphone e tablet) sta avendo su memoria, concentrazione e relazioni sociali.
Nell’estate del 2014, mentre sta ultimando il suo saggio, Harris decide di vivere un mese senza internet. Immaginatevi un giornalista freelance abituato a ricevere decine di email al giorno, che dedica ogni mattina due ore alla rassegna stampa (su internet) e che è nel bel mezzo della revisione di un saggio che pubblicherà un editore posto all’altro capo del paese, con tutto ciò che questo comporta: scambi di bozze (ovvero pdf commentati e contro-commentati), fact-checking (su Google?), riunioni a distanza (via Skype?) con editor e correttore di bozze. Oltre a probabili nuove proposte di collaborazione o richieste di pubblicazione di estratti del volume di prossima uscita da parte di riviste e quotidiani. In una parola? Email. Email alle quali Harris non avrebbe potuto rispondere prima di parecchi giorni.
Presa la decisione di vivere un mese offline, Harris si reca a casa di Douglas Coupland. L’autore di Generazione X e Fidanzata in coma abita a pochi isolati da lui e i due – anche se hanno più di dieci anni di differenza – sono amici da tempo. Harris racconta a Coupland del suo proposito (sperimentare gli effetti benefici dell’assenza del titolo del suo saggio) e l’amico loda l’idea ma poi liquida l’esperimento con una frase lapidaria quando acuta: “In fondo è come vivere un mese senza scarpe”.
Proprio così: non si può più tornare indietro. Internet è arrivato per restare. Scomodando Gutenberg, Harris dimostra di averlo capito. Disconnettersi in maniera radicale è come camminare senza scarpe: lo si può fare per un certo tempo; poi le scarpe bisogna fatalmente rimettersele. Salvo poi togliersele tutte le volte che lo si desidera. Perché sono uno strumento, non una protesi, né una seconda pelle. E qui sta il senso della disconnessione consapevole che sta alla base di OffLive: cominciare (o ricominciare) a percepire la tecnologia digitale. Non accettarla come un filtro invisibile, come un paio di lenti a contatto che scordiamo di indossare. Solo così tornerà ad essere un paio di scarpe: che possiamo infilare per andare al lavoro e poi sfilare per fare quattro passi in libertà sulla riva del mare.

Michael Harris e la copertina del suo libro The end of absence.

Lo scrittore e artista canadese Douglas Coupland.