Esiste un test, messo a punto da uno psichiatra statunitense, per valutare il grado di dipendenza dallo smartphone. Sono poche semplici domande che – se pensate che il problema non vi tocchi – vi susciteranno qualche (ragionevole) dubbio.

Lo ha ideato il dottor David Greenfield, fondatore del Centro per la dipendenza da internet e dalle nuove tecnologie e professore di psichiatria all’Università del Connecticut. È una lista di 15 domande molto semplici. Per esempio:
  • Il tempo che passate sul vostro smartphone tende ad aumentare?
  • Quando il vostro smartphone suona o vibra provate un irresistibile impulso a controllarlo?
  • Vi capita di rispondere a email e messaggi a tutte le ore del giorno e della notte, interrompendo ciò che state facendo?
  • Vi capita di passare più tempo a mandare sms, tweet o email che non a parlare con le persone?
  • Quando mangiate il vostro telefono è sempre sul tavolo?
Catherine Price, nelle prime pagine del suo recente Come disintossicarti dal tuo cellulare, riporta, oltre al test appena citato, alcuni dati impressionanti relativi all’abuso degli smartphone. Ai quali fa seguire una serie di considerazioni che ruotano attorno a un’idea inquietante quanto intrigante: che gli smartphone siano stati progettati per massimizzare il tempo che trascorriamo in loro compagnia. Si chiama economia dell’attenzione: la maggior parte delle app sono gratuite perché vengono pagate:
  1. dalle informazioni personali che trasferiamo loro (cosa su cui torneremo più avanti)
  2. dal tempo che dedichiamo all’app stessa, e ai prodotti che offre, fosse anche solo un piccolo banner pubblicitario. O dal tempo che passiamo sullo smartphone, in generale. Già perché, per una sorta di perversa sinergia, quanto più tempo passiamo su un’app tanto più è probabile che passeremo a un’altra app (magari richiamati da una notifica programmata per apparire al momento giusto), poi a un’altra ancora e a una terza. Per poi, magari, tornare alla prima. E ricominciare da capo.
Passiamo così tanto tempo sul cellulare che quando ce ne priviamo soffriamo. Con sensazioni che somigliano molto ad attacchi di panico, come angoscia, difficoltà a respirare, vertigini, nausea, sudorazione, tremori, tachicardia, ecc. Questi sintomi sono stati rubricati dall’Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva sotto la voce nomofobia, un neologismo anglosassone che descrive la paura di restare senza cellulare: No-Mobile-Phone/Phobia. Arguto, vero?
La ricercatrice Francisca Lopez Torrecillas dell’Università di Granada ha svolto uno studio su giovani tra i 18 e i 25 anni e ha riscontrato che si tratta della fascia d’età che maggiormente soffre di dipendenza da smartphone. Per la docente le cause più evidenti sarebbero bassa autostima e problemi nelle relazioni sociali. Secondo David Greenfield, l’autore del test da cui siamo partiti, questa dipendenza può influire sulla produzione della dopamina (il neurotrasmettitore del piacere e della ricompensa); di conseguenza, ad esempio, all’apparire di una notifica di WhatsApp o Facebook il livello di dopamina tenderebbe a salire, nella speranza che si stia per vivere qualcosa di eccitante.
Tornando allo Smartphone compulsion test di Greenfield, ad ogni risposta affermativa si totalizza un punto. Le domande sono 15, ricordiamolo. Con 5 punti è legittimo sospettare di avere un rapporto problematico o compulsivo col proprio smartphone. E per totalizzare meno di 5 punti – vale la pena dirlo subito – bisogna non possedere uno smartphone. Ecco le 5 domande alle quali ho risposto senza esitazione sì:
  1. Pensate che a volte l’uso dello smartphone comprometta la vostra produttività?
  2. Vi sentite a disagio quando per sbaglio lasciate lo smartphone a casa o in auto?
  3. Vi capita di dedicare al vostro smartphone più tempo di quanto crediate?
  4. Quando usate lo smartphone vi sembra di perdere la cognizione del tempo?
  5. Vi piacerebbe essere un po’ meno fissati col cellulare?
Mai prima nella storia le decisioni di una manciata di designer (per la maggior parte uomini, bianchi, residenti a San Francisco, dai venticinque ai trentacinque anni di età) che lavorano in tre aziende ha avuto un impatto così radicale sul modo in cui milioni di persone nel mondo impegnano la loro attenzione.
Sono parole di Tristan Harris, ex dipendente di Google, esperto di etica del design e fondatore di Time Well Spent – tempo speso bene. Dal quale vale la pena di accettare un primo consiglio per ridurre il tempo che passiamo sullo smartphone: impostare il display dello smartphone in scala di grigio. In questo modo gli utenti tendono a essere meno propensi a controllare i loro dispositivi, visto che alcuni colori utilizzati dalle applicazioni (come blu o rosso) ci spingono in maniera inconscia a voler controllare continuamente il cellulare e le notifiche.