L’ho trovato curiosando tra gli scaffali di una biblioteca pubblica. La carta è ingiallita (o forse lo era già), alcuni termini fanno sorridere e forse metà di quello che contiene non esiste più. Sono le pagine gialle di internet.

Correva l’anno 2000. Lo pubblicava Mondadori nella collana I Miti (la collana dal prezzo stracciatissimo nella quale ho letto un terzo di tutto ciò che ho letto) e lo sponsorizzava la rivista Panorama. Aveva quasi 400 pagine ed era imbottito di pubblicità di Tin.it. Il web era chiamato, con toni da sci-fi, “cyberspazio”; c’era un glossario e un lungo apparato didattico che puntava ad alfabetizzare il grande pubblico (il libro costava 14.900 lire, l’ho già detto?) su temi come la navigazione, l’invio di e-mail (scritto ancora così: col trattino), l’utilizzo dei motori di ricerca (c’era Altavista!), la costruzione di un sito, i nuovi formati di compressione .jpeg e .mp3. Il browser di riferimento era Netscape, andava di moda inviare cartoline virtuali (via egreetings.com o cartoline.it: il primo non esiste più; il secondo è rimasto identico), la pornografia era lo spauracchio del momento e ci si aspettava di soccombere da un momento all’altro sotto la mole di messaggi di posta elettronica. Ma, niente paura: un capitoletto vi spiegava come attivare la risposta automatica ai messaggi in arrivo durante il weekend, ad esempio per informare il mittente che siete in barca coi figli. In barca?
Le prime 240 pagine rubricavano per tema (Personaggi, Shopping, Musica, Moto, Arte, Finanza, Chat…) circa 2.500 siti, riportando l’url della home e una breve descrizione di cosa avremmo trovato digitando l’indirizzo sul browser. Il pubblico di un libro simile doveva essere interamente maschile (lo stesso di Panorama, immagino) perché nella seconda parte (“A lezione di…”) abbondano riferimenti a siti di celebrità femminili e foto di ragazze discinte. Per esempio per spiegare come allegare un’immagine a una email cosa c’è di meglio che una ragazza in biancheria intima languidamente distesa su un divano? A parte questi peccati veniali il volume è molto solerte nel mettere in guardia contro i rischi del – mio Dio – cyberspazio: pornografia, cattivo gusto, chat equivoche, spam, adescamenti.
Insomma, una vera epifania, se avete capito il genere di reperto in cui sono incappato. Qualcosa di simile è capitato anche ad Alessandro Baricco, che ne parla nel suo ultimo libro intitolato The Game. La differenza è che a lui è capitato nel 1994, in una libreria molto nota di Santa Monica. Gli capitò tra le mani un “libro di cui non capivo il senso e ignoravo l’uso possibile”. Gli parve un catalogo di posti, o di nomi, o di titoli, tutti con dei punti in mezzo e barre // e sigle. Oggi descrive quell’incontro come commovente ma nel 1994 i siti internet erano 2.738 in tutto il mondo e lui faticò non poco a capire di avere tra le mani le Pagine Gialle della Rete.
Oggi i siti sono 1 miliardo e 300mila e per trovare quello che ci interessa ci sono i motori di ricerca, Google in testa. Che le mie Pagine Gialle chiama portali, “perché rappresentano delle porte per entrare in Rete”. AltaVista, Yahoo, Excite e Lycos erano considerati i più importanti a livello mondiale (era l’inizio del 2000) mentre tra gli italiani vengono citati Virgilio, Kataweb, Ciaoweb e Arianna. Niente Google, direte voi. Non proprio: quello di Google compare all’interno di un collage di loghi di motori di ricerca ma senza alcuna enfasi.
Ho passato un paio di piacevoli e nostalgiche ore in compagnia del volume, toccando con mano il cambiamento che a livello tecnologico è avvenuto negli ultimi 18 anni. Proprio come un reperto archeologico, le Pagine Gialle della Rete rivelano molte cose sulla civiltà che lo ha prodotto e utilizzato – peraltro per un brevissimo tempo. Mi ha colpito in particolar modo il fatto che l’oltremondo digitale (come lo chiama Baricco) necessitava ancora di un appiglio così circostanziato col mondo analogico. Oggi sembra paradossale che una cosa nata strutturalmente senza confini potesse pensare di rubricarsi in una specie di elenco del telefono. Come fa tenerezza costatare che allora molti non avessero altra rampa di lancio per il web che (oltre a un modem) un indirizzario: un sistema di coordinate vecchio stile. Novecentesco. Ma in fondo tutto ciò è straniante visto dal 2018, da persone – come noi – avvezze a fare avanti e indietro per l’oltremondo digitale senza quasi percepirne più i confini. Visto dall’ultimo scorcio di Novecento sembra tutto molto normale e necessario. S’era scoperto un nuovo continente (immaginatevi qualcosa di estremo, come una fossa oceanica, non proprio per tutti, insomma) e servivano strumenti sofisticati per raggiungerlo: macchinari all’avanguardia, cavi, modem gracchianti, bussole e timoni (ricordate Netscape?), mappe, resoconti e consigli di chi nel viaggio ci aveva preceduto.