Speriamo siate tra coloro che ci fanno ancora caso: il vostro interlocutore conversa con voi con lo smartphone in mano, intento a controllare notifiche e messaggistica. Riservandovi un’attenzione frammentaria e incostante. Residuale, oserei dire.

Il termine – neologismo formato da phone + snubbing, snobbare – esiste dal 2012 e indica l’atteggiamento poco cortese di trascurare l’interlocutore con cui si è impegnati in una qualsiasi situazione (dalla camera da letto all’ufficio) per controllare compulsivamente lo smartphone ogni pochi minuti. Cosa decisamente fastidiosa oltre che maledettamente maleducata.
Uno studio dell’Università del Kent vede nel phubbing una minaccia dei nostri bisogni umani fondamentali, evidenziando che “influisce in modo significativo e negativo sul modo in cui la persona che lo subisce si sente riguardo all’interazione con l’altra persona”. I 153 partecipanti sono stati invitati a seguire lo svolgersi di una conversazione tra due persone, immaginando un livello crescente di phubbing. E proprio con l’aumentare del phubbing, le persone hanno sperimentato “maggiori minacce ai propri bisogni fondamentali”, hanno percepito una qualità della comunicazione più povera e un rapporto di coppia “meno soddisfacente”.
Il phubbing colpisce “la necessità di appartenere” – un fattore decisivo per la felicità umana. I ricercatori della School of Psychology dell’Università del Kent lo hanno descritto come una “forma specifica di esclusione sociale che minaccia i bisogni umani fondamentali delle persone come l’appartenenza, l’autostima, il senso di realizzazione e il controllo”.
Non è la prima volta che la psicologia ha analizzato l’impatto negativo del phubbing. Uno studio del 2016 portava un titolo deprimente quanto rivelatore: La mia vita è diventata una grande distrazione dal mio cellulare. La ricerca suggerisce che semplicemente tenere uno smartphone sul tavolo quando si è con gli amici può influenzare quanto ci si sente vicini, quanto si sia connessi con loro e quanto è alta la “qualità” della conversazione.
Ora una nuova indagine su questo abuso patologico dello smartphone come focus principale dell’attenzione porta la situazione un passo più avanti. Lo studio, pubblicato sul Journal of the Association for consume research e conclude senza appello che chi subisce simili trattamenti tende frequentemente a rifugiarsi proprio nello smartphone (e in particolare nei social network) alla disperata ricerca di quell’attenzione che gli interlocutori, gli amici, i partner, gli altri in generale sembrano aver negato erigendo quel muro. Chi si sente ignorato sarebbe spinto alla ricerca di like, condivisioni e altre reazioni positive sui social network.
Non solo subire l’esclusione da phubbing indebolisce il benessere psicologico e fa registrare più elevati livelli di stress e depressione. Lo smartphone innescherebbe un vero e proprio circolo vizioso. La ricerca, pure questa emblematicamente battezzata Phubbed and Alone: Phone Snubbing, Social Exclusion, and Attachment to Social Media, sottolinea dunque questa ricerca d’attenzione e in particolare il disfacimento progressivo del tessuto sociale a opera di questi dispositivi: “Quando un individuo subisce phubbing si sente socialmente escluso – ha spiegato Meredith David, uno degli autori dell’indagine – questo conduce a un bisogno molto forte di attenzione. Ma invece di recuperare l’interazione faccia a faccia, e così ricostruire un senso di inclusione, i partecipanti alla nostra indagine si sono rivolti ai social network per riguadagnare quel senso di appartenenza“. Come se la battaglia in presenza fosse ormai data per persa.
“Nonostante l’obiettivo di dispositivi come gli smartphone sia quello di aiutarci a collegarci con gli altri – aggiunge Meredith David – in questa particolare situazione non funzionano”. Anzi, producono l’effetto contrario: ci allontanano nella realtà e fanno allontanare gli altri, in una catena senza fine. “In modo ironico la tecnologia disegnata per unire gli esseri umani ci ha condotto all’isolamento“.
Come fare, dunque, a rispettare gli altri e anche se stessi? Il consiglio degli esperti è stabilire delle zone “libere da smartphone” da rispettare insieme a orari specifici. Magari no all’uso dopo cena, no in camera da letto, no quando si esce con un amico se non per un’emergenza. Può essere una buona soluzione stabilire delle “penalità” se lo si sfodera troppo spesso in presenza di amici, colleghi o parenti ma anche scaricare qualche app che sia utile a monitorarne l’uso. Eccone alcune molto diffuse Break Free, Moment o Quality Time.