Lo so, i più giovani stenteranno a crederci. Eppure è così: i computer esistevano anche prima di internet e facevano un sacco di cose. Erano il futuro in formato soprammobile.

Andavano spolverati, per capirci. Spol-ve-ra-ti. Non so se rendo l’idea. Negli uffici ci pensavano gli addetti alle pulizie, tra mille cautele, nottetempo, proprio come oggi. Ma a casa dovevi pensarci tu. Stava su un tavolo e da lì dominava la stanza, catalizzando l’attenzione di chiunque entrasse. Il monitor a tubo catodico ra imponente, color panna, con lo schermo sensibilmente curvato agli angoli: deformava tutta la stanza e aveva una capacità inenarrabile di raccogliere la polvere e annidarla proprio lì, negli angoli dello schermo; polvere che mese dopo mese incupiva il bel color panna della scocca in plastica sempre tiepida.
Già, ma cosa facevano a parte starsene lì e impolverarsi? Beh, prima di tutto ci mettevano un’eternità ad accendersi. Sentivi il disco rigido lavorare, grattare e inciampare su se stesso e pregavi che non ti lasciasse a piedi proprio in quel momento. Il disco, giusto. Aveva questo difetto (che era anche il suo bello): conteneva tutti i tuoi dati digitali, che erano un’inezia paragonati a quelli che accumuliamo oggi in un mese col solo smartphone; ma erano preziosissimi. Le tecnologie cloud erano ancora fantascienza, internet stessa c’era, se ne parlava, ma a casa tua sarebbe arrivata con un certo, cauto ritardo. Pertanto se il disco rigido ci mollava eri fritto. A parte spendere un sacco di soldi per sostituirlo, rischiavi davvero di perdere per sempre i tuoi dati. A me è successo due volte. Due volte.
Internet è entrato in casa dei miei genitori nel 1997, o giù di lì. Il computer era arrivato da appena due anni, con molto – cauto – ritardo rispetto a tutti i miei amici. Tutti. Detto questo non è semplice ricordare cosa me ne facevo del PC prima di internet. Strano, perché l’ho fatto per molto tempo, e in parte lo faccio tutt’ora (anche se magari adesso lo faccio utilizzando programmi che sfruttano il cloud, come questo editor di testo). Sicuramente ci ho fatto la tesina di storia dell’arte di quinta liceo: parlavo dei futuristi e stentavo a credere che a quell’epoca la parola automobile (che i futuristi veneravano) fosse maschile. Un automobile. Feci anche una tesina su J.D. Salinger, il mio scrittore preferito di quegli anni, e in un file di Word che ancora conservo (pesa 315 Kb) ho raccolto circa 200 haiku e altrettanti tanka (1.600 versi in tutto, se metrica e matematica non sono opinioni).
Col mio primo personal computer ho anche composto musica: con Fast Tracker II, un rudimentale (ma allora – giuro – non sembrava) editor multitraccia di musica digitale. Tanta musica. Conservo ancora una cassetta con alcuni pezzi. Fanno sorridere, quasi commuovere nella loro ingenuità, ma allora contenevano il germe di una rivoluzione: un uomo solo, in una stanza dotata di un PC e di un impianto stereo Technics poteva produrre musica. Musica che, una volta riversata su nastro, poteva essere duplicata all’infinito, almeno fino a soddisfare il ristretto mercato interno della cerchia di amici nerd.
Ed ecco invece una cosa che non ho mai fatto coi computer: giocarci. Lo so, sembra assurdo, ma tant’è. Non ero bravo nei videogiochi da bar, anzi ero negato. Preferivo altri passatempi, più sociali, come i giochi da tavolo o i giochi di ruolo alla Dungeons and Dragons. Ma i miei amici eccellevano nei giochi da computer, e vederli giocare era uno spettacolo. Se prendiamo il 1997, anno in cui il mio PC (ubicato in via tal dei tali, numero 37) si è allacciato a internet, i miei amici giocavano da almeno un decennio. E in mano loro i computer (prima delle console 16 bit) sembrano fatti apposta per fare quello: giocare. Ricordo qualche titolo: Slick and Slide, Tank War, Zak MacKracken, Monkey Island, Day of the Tentacle… Roba così datata da non meritare che poche righe su Wikipedia. E ricordo interi pomeriggi spesi tra il tavolo del soggiorno seminato di dadi da 20 e schede del personaggio e lo scrittoio occupato dal monitor e circondato di sedie.
Questo mi ricorda un’altra cosa che facevano i computer: richiedere con insistenza manutenzione. C’erano periferiche che periodicamente andavano reinstallate, driver da aggiornare, dischi da ottimizzare, deframmentare, scansionare; c’erano file da rigenerare, bios da riconfigurare, programmi da rimpiazzare, numeri seriali da trascrivere e tenere da conto. Non sapendo fare nulla di tutto ciò (a parte trascrivere i numeri seriali) ero costretto a chiedere aiuto. Forse è per questo che tra me e i computer non c’è mai stato troppo feeling. Mi chiedo: poteva, quello, essere il loro modo di cercare una relazione che non fosse meramente strumentale, il modo di dirti che, prima di internet, lavoravano per te e per te solo, in quella stanza che conteneva solo voi due, isolata da tutto il resto? I miei amici nerd, sì, loro lo avevano capito. Conoscevano le loro macchine e le amavano, ed erano bravissimi a prendersene cura. Pazienti, solerti, preparati, affettuosi. Avevano imparato subito a pensare come pensa una macchina. Ci dialogavano per pomeriggi interi, per serate interminabili. Pensavo fosse solitudine, ma non lo era.