Inauguriamo una rubrica, anche se detestiamo la parola rubrica. Diciamo una serie di post. Dedicati a cose che facevamo prima di internet e che non facciamo più. O che facciamo ancora ma che sono così cambiate da non riconoscerle più.

Molti di coloro che hanno preso o stanno per prendere una laurea magistrale sono nati nel 1995, ovvero l’anno in cui il web è diventato un fenomeno di massa e non più esclusiva di nerd e smanettoni. Significa che per la prima volta nella storia il mondo del lavoro accoglierà una generazione interamente cresciuta in rete.
Collego questo fatto al libro di Michael Harris intitolato The end of absence. L’idea da cui è partito è questa: «Se noi siamo le ultime persone della Storia che hanno conosciuto la vita prima di internet», scrive Harris, «siamo anche gli unici che parleranno per sempre entrambi i linguaggi. Siamo gli unici in grado di tradurre in maniera fluente il Prima e il Dopo». Chiunque abbia un minimo di familiarità con gli adolescenti sa bene che la storia dei “nativi digitali” e dei “migranti digitali” è una rozza semplificazione. Come è sempre parziale e miope l’idea che abbiamo di “digitale”. Basti pensare che abbiamo costruito internet per alcuni scopi precisi (scambiarci dati ed email) ma poi è come se la cosa ci fosse scappata di mano.
Data la complessità di internet, fin dalle origini siamo quindi portati a ragionare per paradigmi, per esempi – o modelli – che facilitano al nostro cervello la comprensione della complessità. Se oggi dici a qualcuno di descriverti internet, probabilmente penserà a Facebook e ne sistematizzerà le caratteristiche pensando di descriverti il web. Eppure Facebook è solo un nuovo paradigma, quello più attuale secondo l’uomo della strada. E come ogni paradigma porta con sé i propri valori. Ma nuovi modelli incalzano: il mobile, il cloud, le tecnologie indossabili.  
Torniamo all’idea di Harris, condivisa da molti altri: chi è nato prima del 1985 ha la responsabilità di raccontare il “prima” e il “durante” che ci hanno portati qui. Primo, perché ci sono giovani (nativi digitali) che sono cresciuti in contesti trasparenti rispetto alla tecnologia digitale. Che cioè, su questo aspetto, non sono stati alfabetizzati: non gli sono stati forniti gli strumenti per approcciarsi a internet e agli smartphone in modo critico. O anche solo consapevole. D’altra parte è anche vero che questi giovani hanno una confidenza innata con internet e che saranno loro a creare i prossimi paradigmi dominanti.
Secondo, perché i “nativi cartacei” hanno dalla loro l’esperienza, e una familiarità con le reti che si è sviluppata per gradi, intrecciandosi alle esperienze più varie. Noi gutenberghiani nati prima del 1985, a cavallo tra la X e la Y Generation, abbiamo strutturato categorie di pensiero abbastanza solide e accantonato un bagaglio di esperienze sufficiente per aiutare millennials ed esponenti della nuovissima Z Generation (o iGeneration: i nati tra il 1995 e il 2010) a sviluppare consapevolezza e spirito critico nei confronti della tecnologia che portano in tasca. Una collaborazione tra le generazioni appare quindi sempre più utile e necessaria in futuro.
Ma adesso alleggeriamo il tono: questa vuole essere una rubrica semiseria, non un trattato di sociologia. Ecco la prima delle cose che facevamo prima di internet.

Passavamo il sabato pomeriggio nei negozi di dischi

Che vendevano solo dischi: CD, vinili, musicassette; al massimo T-shirt, poster e anelli col teschio. C’era un angolo, se non proprio una saletta, dedicata all’ascolto. Perché, sì, il commesso ti apriva il nylon che custodiva il disco (o il CD) e te lo faceva sentire; se ti piaceva lo compravi. Prima di Fnac, prima di Feltrinelli: prima di tutti quei posti dove vendono anche dischi.
Il negozio di dischi era un punto di ritrovo, un catalizzatore sociale cruciale per noi adolescenti: era uno (era IL negozio di dischi) e tra le 17 e le 19 del sabato ci passavano tutti quelli della tua generazione. Tutti quelli che contavano della tua generazione. E quindi – senza tanto smerciare messaggi di WhatsApp in giro – dovevi farti trovare lì, a quella data ora, sabato dopo sabato. Poi, se volevi, c’erano i dischi. E per comprare un disco a ragion veduta dovevi intendertene di musica. Parliamo di ore e ore spese davanti MTV o all’ascolto della radio; numerose sessioni di esplorazione del negozio, magari in compagnia di chi era più esperto di te, che seguivi come un maestro jedi della musica.
Un’epoca – parliamo degli anni Novanta – in cui la musica non si scaricava (Napster, il sito di file-sharing è del 1999) e non si ascoltava in streaming (Spotify è nato nel 2006); al massimo potevi riversarla su cassetta: una BASF al cromo da 45, 60 o 90 minuti complessivi (c’era un lato A e un lato B – come nei dischi – e a metà dovevi girarla, sì). Poi, verso la fine del decennio, abbiamo iniziato a duplicare anche i CD ma il principio era molto simile. E molto offline.
John Cusak e Jack Black in "Alta fedeltà", di Stephen Frears (2000).