L’idea di OffLive ci è venuta tra le poltrone di un cinema, nella penombra che precede la proiezione. Avete presente il parlottare ovattato degli spettatori in attesa che in sala cali il buio? I loro volti accesi di luce azzurrina chini sugli smartphone? Beh, c’è dispiaciuto per loro. Tutto qui.

Ma questo è il primo post del blog, queste le prime parole che spendiamo intorno al progetto, al di là della vetrina del sito e dei suoi testi misurati simili a slogan. Tanto vale partire dall’inizio.
Dunque, ci siamo io (Alberto) e Luca, che non ci vediamo da un po’, nel tal cinema, per un documentario coprodotto da un comune amico. Nella manciata di minuti prima del buio in sala chiacchieriamo del più e del meno: il lavoro, i progetti personali, la famiglia (mia), una relazione (sua) che forse decolla e forse no. A un certo punto Luca mi fa notare quanti, intorno a noi, se ne stanno chini – quasi capovolti – sul proprio smartphone.
Mi guardo attorno. Vero, dannazione. Pochi sembrano lì da soli, condizione che ne giustificherebbe eccome l’utilizzo; molti sono accompagnati da una o più persone. Pure risucchiate dal device intelligente. Di tanto in tanto coppie e terzetti scambiano qualche parola, interagiscono, ridono. Ma sono comunque i rispettivi schermi portatili a catalizzare la loro attenzione, ad alimentare la conversazione, sempre riorientata da una nuova notifica, dal passaggio da un’app all’altra, da un post di Instagram o da un meme su Facebook.
Nulla di male. Stava accadendo una cosa normalissima, che tutti facciamo e/o vediamo attorno a noi, ogni giorno. Eppure in quel momento, nel tepore polveroso di una vecchia sala cinematografica (era lo scorso gennaio), a me e Luca è sembrato che ci fosse qualcosa di sbagliato. Un’aberrazione non tanto sociale, né tantomeno morale, quanto – forse – sentimentale.
Ci ritroviamo a scuotere la testa, costernati, quasi sorpresi, come se stessimo registrando solo allora il fenomeno.
Sarà che non ci vediamo da un paio di mesi, o che siamo in vena di chiacchiere, ma abbiamo un sacco di cose di cui parlare. E poi siamo alla fine di una lunga giornata di lavoro spesa tra pc e tablet, vogliamo staccare la spina, sprofondare nelle rispettive poltrone, tra quel brusio diffuso, goderci i minuti pacifici che precedono il documentario, divisi tra il senso di attesa e la speranza che la visione tardi qualche minuto ancora.
Credetemi, quella sera c’è dispiaciuto per loro. I nostri vicini di poltrona. Si stavano perdendo un momento straordinario e irripetibile di pace e trepidazione. Sembravano non assenti, ma altrove, o perlomeno divisi tra il qui e un altrove virtuale e frammentato. E il loro consultare lo smartphone aveva tutta l’aria di essere la prosecuzione di qualcosa cominciato molte ore prima, e proseguito imperterrito attraverso l’intera giornata, senza sosta. Come un caleidoscopico tunnel di immagini, parole, slogan, emoticon, gattini, video demenziali e foto carine. O una lunga giornata di lavoro che non sarebbe finita forse nemmeno durante la proiezione.
E poi c’eravamo noi, io e Luca, felici di essere semplicemente dove eravamo, e di stare facendo una e una sola cosa. Vivere il mio momento. E parlare di una relazione che poi – per la cronaca – è decollata. E di una cosa che poi è diventata OffLive.